“In Giappone la bellezza è iniziatica, la si merita, la si costruisce, è il premio di una lunga ricerca, è finale intuizione, possesso geloso. Il bello ch’è bello subito ha già in sé una vena di volgarità; le radici storiche di questo concetto, piuttosto che al vero e all’intelletto, ci portano all’intuizione-illuminazione (satori), al gusto (shumi) e al cuore (kokoro).“
I canoni tipici dell’idea di bellezza nipponici sono molto diversi dai nostri.
Sicuramente l’ideale estetico dà più importanza alla spontaneità, al ruolo del tempo e della natura, senza voler fermare il primo né forzare l’altra.
Per gli occidentali i canoni della perfezione hanno a che vedere con la simmetria e la cristallizzazione nel tempo a tutti i costi e con ogni tipo di forzatura, fino a quella estrema di “negare” la morte.
In una cultura così la bellezza, anche certamente umana, non è concepita come un fiore di plastica che rimane sempre lo stesso, ma, anzi, il passare del tempo la trasforma continuamente in qualcosa di nuovo, in una nuova bellezza; proprio la sua caducità le permette di essere sempre fresca. Le discipline e le arti legate a questa cultura esprimono l’eleganza della semplicità nel preciso tratto di inchiostro del pennello, nel perfetto colpo di judo, nella giusta posa di un fiore o nei gesti precisi dell’arte del Kobido.